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San Tommaso d'Aquino
o della gentilezza italiana |
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Fra
Tommaso
- scrive
il
biografo
ufficiale
per la
Causa di
canonizzazione,
Guglielmo
di Tocco
- era di
alta
statura
e di
belle
proporzioni
di
membra,
i
capelli
aveva di
color
biondo e
il volto
abbronzato
dal
sole. La
linea
sottile
della
bocca
tradiva
bontà e
fermezza
insieme,
gli
occhi
mostravano
chiarezza
e calma
penetrante.
Questi
occhi
riflessivi
e
scrutatori
son
davvero
la
caratteristica
delle
antiche
raffigurazioni
di S.
Tommaso:
completamente
astratti
dal
mondo
circostante,
sembrano
fissare
uno
scopo
lontano
aleggiante
allo
spirito
contemplante,
non però
come
perduti
dietro
un
sogno,
ma
interamente
sollevati
nell'ardore
di una
Verità
folgorante.
Tommaso
è preso
da una
particolare
difficoltà,
riflette
su un
determinato
mistero.,
ed ecco
lampeggiare
vittoriosa
nel suo
spirito
la luce
della
nuova
conoscenza.
Ancora
un
momento,
e quella
bocca
silenziosa
si
aprirà e
ci
comunicherà
il
tesoro
trovato,
o la sua
mano
leggermente
alzata
scriverà
nel
volume
aperto
la nuova
intuizione.
Aveva il
Santo
complessione
sensibile
e
delicata,
molto
recettiva
alla
gioia e
al
dolore,
e una
rara
esperienza
della
vita.
Guglielmo
di Tocco
osserva
con
ragione
che a
questa
«tenerrima
complexio»
era
dovuta
la sua
memoria
portentosa,
gli
slanci
bellissimi
della
sua
fantasia,
il dono
delle
combinazioni
improvvise,
e quella
ricchezza
esuberante
d'intima
vita che
ammiriamo
soprattutto
nelle
sue
poesie
liturgiche.
Questa
finezza
e
sensibilità
spirituale
lo
allineano
con le
anime
privilegiate
di
Francesco
d'Assisi,
Raffaello,
Mozart,
Goethe,
e coi
potenti
spiriti
di
Eckehart,
Dante,
Michelangelo,
Beethoven
(Stakemeier).
La fine
struttura
dell'anima
s'accompagnava
in lui a
un
coraggio
virile,
scevro
di
sentimentalismo
e di
vanità
personale,
e
l'irremovibile
e fredda
decisione
che si
palesava
proprio
davanti
al
pericolo:
come
quando
sulla
nave che
lo
portava
in
Francia,
scatenatasi
una
furibonda
tempesta
e
trovandosi
tutti
sul
punto di
naufragare,
seppe
solo
mantenersi
così
tranquillo
da
infondere
coraggio
a tutta
la gente
che si
trovava
a bordo
e che
presto
si trovò
fuori
pericolo.
Né le
preghiere
della
madre,
né le
lacrime
delle
sorelle,
né la
brutalità
dei
fratelli
e i
lunghi
mesi di
cattività
nel
castello
paterno
poteron
smuovere
la sua
volontà
d'acciaio
che
aveva
già
liberamente
scelto
l'ideale
del
nuovo
Ordine.
Una
fermezza
con la
quale
Tommaso
non ha
però mai
offeso
né
danneggiato
con
parole
od
azioni
nessuno.
È vero
che con
i suoi
avversari
di
Parigi,
per
difendere
la
verità,
sapeva
esprimere
il suo
pensiero
con
risolutezza,
ma il
suo
giusto
sdegno -
sia a
voce che
per
iscritto
- non
trascese
mai la
giusta
misura.
Per
nobiltà
d'animo
e
sentimento
di forza
innata,
non per
debolezza,
si
mostrava
mite e
comprensivo
verso le
ripulse
e gli
errori
del suo
ambiente.
Tommaso
possedeva
quel che
gli
italiani
chiamano
«gentilezza»:
quella
maniera
fine,
cavalleresca,
sempre
pronta
al
bisogno
e piena
di
attenzioni,
ch'emana
dall'intimo
dominio
di sé e
dalla
fede nel
bene. A
questa
gentilezza
egli
univa la
«dulcedo»,
l'amabilità
irradiante
e la
bontà,
l'aristocratica
delicatezza
di
Francesco
d'Assisi,
Caterina
da
Siena,
Filippo
Neri e
Giovanni
Bosco. I
contemporanei
eran
soliti
chiamarlo
«il
maestro
benigno
e
diletto»,
e anche
Eckehart
parla
con
commozione
del
«caro
San
Tommaso».
Il
teologo
famoso,
l'uomo
di
scienza,
mostrava
sincero
rispetto
per i
piccoli
e i
deboli,
che
spesso
agli
occhi di
Dio son
così
grandi e
forti. È
stato
lui a
scrivere
che una
vecchierella
piena di
fede
comprende
molto
più
delle
cose
divine
d'un
sapiente
superbo
senza
Fede,
che sa
tesser
magistrali
sillogismi
sul
Primo
principio
delle
cose (In
Symb.
Apost.
expositio,
prol.).
* *
*
Lo
sviluppo
spirituale
di S.
Tommaso
non
conosce
i salti
e le
fratture
improvvise
della
vita di
un
Sant'Agostino.
In lui
la
felice
costituzione
psico-fisica
porta
fin
dall'inizio
il
sigillo
dell'unità.
Bambino,
crebbe
come
tenero e
robusto
virgulto
nel
giardino
della
Chiesa,
senza
dover
mai
soccombere
alla
terribile
lotta
fra lo
spirito
e il
senso.
Nel suo
intimo
regnava
un'armonia
che
difficilmente
poteva
esser
turbata.
Testimoni
degni di
fede,
come fra
Reginaldo
che fu
suo
confessore,
attestano
che mai
sentì o
volontariamente
ammise
le
tentazioni
della
carne.
Regolato
in
tutto,
sapeva
disporre
la sua
giornata
in
bell'ordine:
di buon
mattino
celebrava
il Santo
Sacrificio,
quindi
assisteva
alla
Messa di
un
confratello,
saliva
infine
il
pulpito
per
predicare
o la
cattedra
per far
lezione.
A tavola
non
mostrava
preferenza
alcuna
pei
cibi, e
s'immergeva
con tale
intensità
nei suoi
problemi
da non
accorgersi
se gli
fossero
stati o
non
serviti.
Nelle
ore
destinate
alla
ricreazione
lo si
vedeva
passeggiare
su e giù
con
passi
risoluti
pel
chiostro
o pel
giardino,
meditando
sempre,
ma
pronto
anche a
rispondere
affabilmente
ai
confratelli
che gli
rivolgevano
la
parola.
Il
pomeriggio
lo
passava
scrivendo
o
dettando;
dopo la
refezione
della
sera
s'abbandonava
alla
contemplazione
delle
divine
cose
fino a
tarda
ora.
Rigido
con se
stesso,
era con
gli
altri
umano e
ragionevole.
Concedeva
loro le
piccole
e
innocenti
gioie
della
vita, e
insegnò
espressamente
che
anche lo
scherzo
e lo
svago
hanno i
loro
diritti
e ci son
d'aiuto
per
sopportare
le non
poche
sofferenze
quotidiane.
Così,
senza
tanti
riguardi,
scopriva
l'intima
ipocrisia
d'un
fariseismo
puritano.
* *
*
Con
piena
libertà
scelse
per sé
il fiore
della
più
sublime
donazione
a Dio
nella
vita
verginale.
Il
soffio
della
sua
purità
si
comunicava
sempre
più a
tutta la
sua
persona,
rivelando
la
mirabile
imparzialità
e
sicurezza
dell'uomo
che mai
ha
sperimentato
in sé la
frattura
di colpa
grave.
La sua
raggiante
purità
non è
però
insensibilità:
in
questa
egli
vede
anzi una
stortura
dell'anima
e un
difetto,
in
diretto
contrasto
con
l'ordine
della
natura
(IIa-IIae,
142, I).
Il vero
fondamento
della
vita
verginale
non è
però la
svalutazione
del
sensibile,
minorazione
neoplatonica,
o
rinnegamento
stoico.
Egli
mette
decisamente
sull'avviso
contro
un falso
rigorismo
che vuol
vedere
nella
normale
vita
coniugale
qualcosa
d'inferiore
e di
sconveniente.
Per lui,
come per
l'Apostolo,
la vita
verginale
è solo
per
coloro
che
voglion
servire
a Dio
senza
ostacoli,
e
dedicarsi
alla
contemplazione
con
libertà
più
piena e
più pura
(IIa-IIae,
152, I
ad I).
In
questa
totale
dedizione
a Dio,
Tommaso
ha visto
l'ideale
della
sua
vita, ed
è da qui
ch'essa
trae il
suo
incanto
e la sua
beltà.
Il suo
spirito
si
affissava
continuamente
in Dio.
Non
invano
gli
antichi
pittori
hanno
insistito
su
questo
tratto
della
sua
personalità;
perché
per lui
la
teologia
è «sacra
doctrina»,
santa e
santificante,
che ci
eleva su
tutte le
prospettive
della
natura,
e con la
grazia,
è
partecipazione
all'intima
vita
delle
tre
divine
Persone.
Perciò
San
Tommaso
accentua
con
tanta
insistenza
l'importanza
della
castità
e della
purezza
interiore
della
volontà
per la
conoscenza
di Dio.
Dall'impurità,
egli
dice,
nasce la
cecità
dello
spirito
che non
si apre
più alla
verità
delle
divine
cose,
quindi
la
paralisi
dell'anima
incapace
di
operare
per la
sua
salute,
la
stoltezza,
l'ignavia,
la
durezza
di cuore
(IIa-IIae,
56, 3).
Con fine
osservazione
psicologica,
egli ha
mostrato
che una
dedizione
perfetta
al
divino
Bene
toglie
sempre
più
forza
alle
inclinazioni
inferiori,
convogliando
tutte le
limitate
energie
del
nostro
essere
verso il
Bene
supremo.
* *
*
Così in
S.
Tommaso
i
sublimi
pensieri
stanno
in una
pace
fuori
del
tempo,
al di
sopra di
ogni
soggettività
e
situazione
personale.
La
verità
in sé,
la
parola
di Dio
nella
sua
inesauribile
pienezza
qui
parla, e
il
teologo
la
sorveglia
in
rispettosa
tranquillità.
Perché
San
Tommaso
è tempra
di
mistico
e di
ricercatore
ad un
tempo:
il suo
simbolo
è un
sole
raggiante
che come
rubino
gli
splende
sul
petto.
Lucentissima
chiarezza
di
pensiero
e
infuocata
esperienza
mistica
son
cresciute
in lui
in una
intima
organica
unità,
si
congiungono
in un
unico
tratto
della
sua
natura.
È vero
che il
primo
passo
verso
Dio è
attraverso
la Fede,
ma la
Fede può
apprendere
il
divino
soltanto
in
maniera
analogica,
sotto il
velo
degli
umani
concetti.
L'amore
invece
ci
trasporta
in Dio,
in
quanto
ci
unisce
direttamente
a Lui:
Lo
raggiunge
in
maniera
molto
più
perfetta
della
Fede; ci
trasforma
in nuove
creature;
imprime
nell'anima
una
somiglianza
crescente
con la
divina
natura;
ci
comunica
perciò
il
fondamento
per una
nuova e
più
profonda
comprensione
della
Divinità.
S.
Tommaso
vede in
questa
esperienza
del
divino
l'effetto
del dono
della
Sapienza
che lo
Spirito
Santo
c'infonde
assieme
all'amore,
che
cresce
come il
più
delicato
fiore
dell'amore;
ci porta
una
specie
di
affinità
e di
accordo,
una
«connaturalità»
con la
Divinità;
ci rende
atti a
vivere
il
sacro, a
sperimentare
qualcosa
dei suoi
misteri
al di là
di ogni
concetto,
a
toccare
il suo
regno
interiore,
a
gustare
la sua
segreta
felicità.
Dio solo
è stato
il fine
di tutta
la
nostalgia
di
Tommaso
d'Aquino.
Adolescente
nel
monastero
di
Montecassino,
faceva
spesso
ai suoi
maestri
la
domanda:
«Chi è
Dio?».
Per
tutta la
vita
egli non
fece che
riflettere
sulla
risposta,
e la
brama di
giungere
alla
visione
di Dio
senza
veli
divenne
bruciante
fiamma
di cui,
non
ancora
cinquantenne,
mori
consunto.
(Tratto
da: Cornelio
Fabro,
in
Profilo
dei
Santi) |
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