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Catechesi di Benedetto XVI sulla
figura di san Tommaso d’Aquino
All'Udienza generale del mercoledì in piazza San Pietro
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 3 giugno 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di
seguito il discorso pronunciato mercoledì da Benedetto XVI in occasione
dell'Udienza generale in piazza San Pietro, dove ha incontrato gruppi di
pellegrini e fedeli giunti dall'Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana, il Papa, riprendendo il ciclo di catechesi sui
grandi teologi del Medioevo, si è soffermato sulla figura di San Tommaso
d'Aquino.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
dopo alcune catechesi sul sacerdozio e i miei ultimi viaggi, ritorniamo oggi al
nostro tema principale, alla meditazione cioè di alcuni grandi pensatori del
Medio Evo. Avevamo visto ultimamente la grande figura di san Bonaventura,
francescano, e oggi vorrei parlare di colui che la Chiesa chiama il Doctor
communis: cioè san Tommaso d'Aquino. Il mio venerato Predecessore, il Papa
Giovanni Paolo II, nella sua Enciclica Fides et ratio ha ricordato che san
Tommaso "è sempre stato proposto dalla Chiesa come maestro di pensiero e modello
del retto modo di fare teologia" (n. 43). Non sorprende che, dopo sant'Agostino,
tra gli scrittori ecclesiastici menzionati nel Catechismo della Chiesa Cattolica,
san Tommaso venga citato più di ogni altro, per ben sessantuno volte! Egli è
stato chiamato anche il Doctor Angelicus, forse per le sue virtù, in particolare
la sublimità del pensiero e la purezza della vita.
Tommaso nacque tra il 1224 e il 1225
nel castello che la sua famiglia, nobile e facoltosa, possedeva a Roccasecca,
nei pressi di Aquino, vicino alla celebre abbazia di Montecassino, dove fu
inviato dai genitori per ricevere i primi elementi della sua istruzione. Qualche
anno dopo si trasferì nella capitale del Regno di Sicilia, Napoli, dove Federico
II aveva fondato una prestigiosa Università. In essa veniva insegnato, senza le
limitazioni vigenti altrove, il pensiero del filosofo greco Aristotele, al quale
il giovane Tommaso venne introdotto, e di cui intuì subito il grande valore. Ma
soprattutto, in quegli anni trascorsi a Napoli, nacque la sua vocazione
domenicana. Tommaso fu infatti attratto dall'ideale dell'Ordine fondato non
molti anni prima da san Domenico. Tuttavia, quando rivestì l'abito domenicano,
la sua famiglia si oppose a questa scelta, ed egli fu costretto a lasciare il
convento e a trascorrere qualche tempo in famiglia.
Nel 1245, ormai maggiorenne, poté
riprendere il suo cammino di risposta alla chiamata di Dio. Fu inviato a Parigi
per studiare teologia sotto la guida di un altro santo, Alberto Magno, sul quale
ho parlato recentemente. Alberto e Tommaso strinsero una vera e profonda
amicizia e impararono a stimarsi e a volersi bene, al punto che Alberto volle
che il suo discepolo lo seguisse anche a Colonia, dove egli era stato inviato
dai Superiori dell'Ordine a fondare uno studio teologico. Tommaso prese allora
contatto con tutte le opere di Aristotele e dei suoi commentatori arabi, che
Alberto illustrava e spiegava.
In quel periodo, la cultura del
mondo latino era stata profondamente stimolata dall'incontro con le opere di
Aristotele, che erano rimaste ignote per molto tempo. Si trattava di scritti
sulla natura della conoscenza, sulle scienze naturali, sulla metafisica,
sull'anima e sull'etica, ricchi di informazioni e di intuizioni che apparivano
valide e convincenti. Era tutta una visione completa del mondo sviluppata senza
e prima di Cristo, con la pura ragione, e sembrava imporsi alla ragione come
"la" visione stessa; era, quindi, un incredibile fascino per i giovani vedere e
conoscere questa filosofia. Molti accolsero con entusiasmo, anzi con entusiasmo
acritico, questo enorme bagaglio del sapere antico, che sembrava poter rinnovare
vantaggiosamente la cultura, aprire totalmente nuovi orizzonti. Altri, però,
temevano che il pensiero pagano di Aristotele fosse in opposizione alla fede
cristiana, e si rifiutavano di studiarlo. Si incontrarono due culture: la
cultura pre-cristiana di Aristotele, con la sua radicale razionalità, e la
classica cultura cristiana. Certi ambienti erano condotti al rifiuto di
Aristotele anche dalla presentazione che di tale filosofo era stata fatta dai
commentatori arabi Avicenna e Averroè. Infatti, furono essi ad aver trasmesso al
mondo latino la filosofia aristotelica. Per esempio, questi commentatori avevano
insegnato che gli uomini non dispongono di un'intelligenza personale, ma che vi
è un unico intelletto universale, una sostanza spirituale comune a tutti, che
opera in tutti come "unica": quindi una depersonalizzazione dell'uomo. Un altro
punto discutibile veicolato dai commentatori arabi era quello secondo il quale
il mondo è eterno come Dio. Si scatenarono comprensibilmente dispute a non
finire nel mondo universitario e in quello ecclesiastico. La filosofia
aristotelica si andava diffondendo addirittura tra la gente semplice.
Tommaso d'Aquino, alla scuola di
Alberto Magno, svolse un'operazione di fondamentale importanza per la storia
della filosofia e della teologia, direi per la storia della cultura: studiò a
fondo Aristotele e i suoi interpreti, procurandosi nuove traduzioni latine dei
testi originali in greco. Così non si appoggiava più solo ai commentatori arabi,
ma poteva leggere personalmente i testi originali, e commentò gran parte delle
opere aristoteliche, distinguendovi ciò che era valido da ciò che era dubbio o
da rifiutare del tutto, mostrando la consonanza con i dati della Rivelazione
cristiana e utilizzando largamente e acutamente il pensiero aristotelico
nell'esposizione degli scritti teologici che compose. In definitiva, Tommaso
d'Aquino mostrò che tra fede cristiana e ragione sussiste una naturale armonia.
E questa è stata la grande opera di Tommaso, che in quel momento di scontro tra
due culture - quel momento nel quale sembrava che la fede dovesse arrendersi
davanti alla ragione - ha mostrato che esse vanno insieme, che quanto appariva
ragione non compatibile con la fede non era ragione, e quanto appariva fede non
era fede, in quanto opposta alla vera razionalità; così egli ha creato una nuova
sintesi, che ha formato la cultura dei secoli seguenti.
Per le sue eccellenti doti
intellettuali, Tommaso fu richiamato a Parigi come professore di teologia sulla
cattedra domenicana. Qui iniziò anche la sua produzione letteraria, che proseguì
fino alla morte, e che ha del prodigioso: commenti alla Sacra Scrittura, perché
il professore di teologia era soprattutto interprete della Scrittura, commenti
agli scritti di Aristotele, opere sistematiche poderose, tra cui eccelle la
Summa Theologiae, trattati e discorsi su vari argomenti. Per la composizione dei
suoi scritti, era coadiuvato da alcuni segretari, tra i quali il confratello
Reginaldo di Piperno, che lo seguì fedelmente e al quale fu legato da fraterna e
sincera amicizia, caratterizzata da una grande confidenza e fiducia. È questa
una caratteristica dei santi: coltivano l'amicizia, perché essa è una delle
manifestazioni più nobili del cuore umano e ha in sé qualche cosa di divino,
come Tommaso stesso ha spiegato in alcune quaestiones della Summa Theologiae, in
cui scrive: "La carità è l'amicizia dell'uomo con Dio principalmente, e con gli
esseri che a Lui appartengono" (II, q. 23, a.1).
Non rimase a lungo e stabilmente a
Parigi. Nel 1259 partecipò al Capitolo Generale dei Domenicani a Valenciennes
dove fu membro di una commissione che stabilì il programma di studi nell'Ordine.
Dal 1261 al 1265, poi, Tommaso era ad Orvieto. Il Pontefice Urbano IV, che
nutriva per lui una grande stima, gli commissionò la composizione dei testi
liturgici per la festa del Corpus Domini, che celebriamo domani, istituita in
seguito al miracolo eucaristico di Bolsena. Tommaso ebbe un'anima squisitamente
eucaristica. I bellissimi inni che la liturgia della Chiesa canta per celebrare
il mistero della presenza reale del Corpo e del Sangue del Signore
nell'Eucaristia sono attribuiti alla sua fede e alla sua sapienza teologica. Dal
1265 fino al 1268 Tommaso risiedette a Roma, dove, probabilmente, dirigeva uno
Studium, cioè una Casa di studi dell'Ordine, e dove iniziò a scrivere la sua
Summa Theologiae (cfr Jean-Pierre Torrell, Tommaso d'Aquino. L'uomo e il teologo,
Casale Monf., 1994, pp. 118-184).
Nel 1269 fu richiamato a Parigi per
un secondo ciclo di insegnamento. Gli studenti - si può capire - erano
entusiasti delle sue lezioni. Un suo ex-allievo dichiarò che una grandissima
moltitudine di studenti seguiva i corsi di Tommaso, tanto che le aule riuscivano
a stento a contenerli e aggiungeva, con un'annotazione personale, che "ascoltarlo
era per lui una felicità profonda". L'interpretazione di Aristotele data da
Tommaso non era accettata da tutti, ma persino i suoi avversari in campo
accademico, come Goffredo di Fontaines, ad esempio, ammettevano che la dottrina
di frate Tommaso era superiore ad altre per utilità e valore e serviva da
correttivo a quelle di tutti gli altri dottori. Forse anche per sottrarlo alle
vivaci discussioni in atto, i Superiori lo inviarono ancora una volta a Napoli,
per essere a disposizione del re Carlo I, che intendeva riorganizzare gli studi
universitari.
Oltre che allo studio e
all'insegnamento, Tommaso si dedicò pure alla predicazione al popolo. E anche il
popolo volentieri andava ad ascoltarlo. Direi che è veramente una grande grazia
quando i teologi sanno parlare con semplicità e fervore ai fedeli. Il ministero
della predicazione, d'altra parte, aiuta gli stessi studiosi di teologia a un
sano realismo pastorale, e arricchisce di vivaci stimoli la loro ricerca.
Gli ultimi mesi della vita terrena
di Tommaso restano circondati da un'atmosfera particolare, misteriosa direi. Nel
dicembre del 1273 chiamò il suo amico e segretario Reginaldo per comunicargli la
decisione di interrompere ogni lavoro, perché, durante la celebrazione della
Messa, aveva compreso, in seguito a una rivelazione soprannaturale, che quanto
aveva scritto fino ad allora era solo "un mucchio di paglia". È un episodio
misterioso, che ci aiuta a comprendere non solo l'umiltà personale di Tommaso,
ma anche il fatto che tutto ciò che riusciamo a pensare e a dire sulla fede, per
quanto elevato e puro, è infinitamente superato dalla grandezza e dalla bellezza
di Dio, che ci sarà rivelata in pienezza nel Paradiso. Qualche mese dopo, sempre
più assorto in una pensosa meditazione, Tommaso morì mentre era in viaggio verso
Lione, dove si stava recando per prendere parte al Concilio Ecumenico indetto
dal Papa Gregorio X. Si spense nell'Abbazia cistercense di Fossanova, dopo aver
ricevuto il Viatico con sentimenti di grande pietà.
La vita e l'insegnamento di san
Tommaso d'Aquino si potrebbero riassumere in un episodio tramandato dagli
antichi biografi. Mentre il Santo, come suo solito, era in preghiera davanti al
Crocifisso, al mattino presto nella Cappella di San Nicola, a Napoli, Domenico
da Caserta, il sacrestano della chiesa, sentì svolgersi un dialogo. Tommaso
chiedeva, preoccupato, se quanto aveva scritto sui misteri della fede cristiana
era giusto. E il Crocifisso rispose: "Tu hai parlato bene di me, Tommaso. Quale
sarà la tua ricompensa?". E la risposta che Tommaso diede è quella che anche noi,
amici e discepoli di Gesù, vorremmo sempre dirgli: "Nient'altro che Te,
Signore!" (Ibid., p. 320).
[Il Papa ha poi salutato i
pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Rivolgo un cordiale benvenuto ai
pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli della parrocchia
San Giovanni Battista in Chioggia, i rappresentanti della Federazione Banche di
Credito Cooperativo dell'Abruzzo e del Molise, della Comunità cattolica di
cittadini dello Sri Lanka e dell'Associazione "Il Vino di Cana", di Bologna.
Cari amici, vi ringrazio per la vostra presenza e vi incoraggio a seguire con
fedeltà Gesù e il suo Vangelo, per essere cristiani autentici in famiglia e in
ogni altro ambiente.
Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai
malati e agli sposi novelli, augurando a ciascuno di servire sempre Dio nella
gioia e di amare il prossimo con spirito evangelico.
* * *
Vorrei ora ricordare che domani, solennità del Corpus Domini, alle ore 19, sul
sagrato della Basilica di San Giovanni in Laterano presiederò la Messa, cui
seguirà la tradizionale processione fino a Santa Maria Maggiore. Invito tutti a
partecipare a questa celebrazione, per esprimere insieme la fede in Cristo,
presente nell'Eucaristia.
Vi invito, infine, cari amici ad
accompagnare con la vostra preghiera il Viaggio pastorale a Cipro che
intraprenderò dopodomani, affinché sia ricco di frutti spirituali per le care
comunità cristiane del Medio Oriente.
[APPELLO DEL SANTO PADRE]
Con profonda trepidazione seguo le tragiche vicende avvenute in prossimità della
Striscia di Gaza. Sento il bisogno di esprimere il mio sentito cordoglio per le
vittime di questi dolorosissimi eventi, che preoccupano quanti hanno a cuore la
pace nella regione. Ancora una volta ripeto con animo accorato che la violenza
non risolve le controversie, ma ne accresce le drammatiche conseguenze e genera
altra violenza. Faccio appello a quanti hanno responsabilità politiche a livello
locale e internazionale affinché ricerchino incessantemente soluzioni giuste
attraverso il dialogo, in modo da garantire alle popolazioni dell'area migliori
condizioni di vita, in concordia e serenità. Vi invito ad unirvi a me nella
preghiera per le vittime, per i loro familiari e per quanti soffrono. Il Signore
sostenga gli sforzi di coloro che non si stancano di operare per la
riconciliazione e la pace.
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